È il pomeriggio inoltrato del terzo giorno in Val di Rose, Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. I camosci pascolano non lontano da me, poco oltre il passo Cavuto, e dal momento che ho già realizzato parecchi scatti dei tranquilli ungulati, decido di cimentarmi in qualche paesaggio della valle, che con la luce del tardo pomeriggio dà il meglio di sé.
Monto perciò il grandangolo e mi sposto in una posizione più elevata, lasciando lo zaino con il teleobiettivo alcuni metri più in basso. Qualche istante dopo il piccolo branco decide di allontanarsi verso le rocce al di sopra della prateria. È un movimento collettivo, improvviso e rapido abbastanza da apparirmi inusuale, ma non così tanto da dare l’impressione di una fuga. Dopo un minuto, forse due, mentre sono ancora a cavallo del passo ad aspettare che un grosso nuvolone nero si sposti restituendomi la luce sole, arriva il lupo.
L’animale si muove tranquillo, solo, non sembra a caccia, ma semplicemente di passaggio. Un vecchio lupo solitario, un po’ malconcio, ma il cui fascino mi appare intatto, grazie anche all’immaginario che lo accompagna. Sarà a una cinquantina di metri, forse meno. Il primo pensiero è ora come coprire quella distanza che mi appare infinita tra me e il teleobiettivo, abbastanza rapidamente da non lasciare tempo al lupo da allontanarsi, ma abbastanza silenziosamente da evitare che si accorga della mia presenza. Ipotesi questa che potrebbe sembrare impossibile, e così è. Un animale selvatico non avrebbe una vita lunga se non si rendesse conto di cosa accade intorno a sé, se non riuscisse a percepire una potenziale minaccia.
Quando il tele è montato sulla macchina, il lupo ha già percorso correndo parecchi metri, quando inizio a scattare – e il nuvolone nero è rimasto proprio lì dov’era prima – con la sua rapida fuga ha già messo molta, troppa distanza tra sé e il mio minaccioso attrezzo fotografico. Non posso far altro che continuare a riprendere la sua figura che si allontana rapidamente, sempre più piccola, sotto una luce inesorabilmente grigia.

Il lupo di Passo Cavuto
Peccato, una occasione persa, fotograficamente parlando, ma almeno una bellissima ed emozionante esperienza. Per pochi minuti, io, una montagna, i camosci e il lupo, e nient’altro.

La Val di Rose vista dal Passo Cavuto. Sullo sfondo, il lago di Barrea
La Val di Rose, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise è il luogo dove si concentra il maggior numero di camosci dell’intero Appennino. Dal nome scientifico – Rupicapra Pyrenaica Ornata – è evidente come si tratti di una specie diversa dal più comune Rupicapra rupicapra, il camoscio alpino, dal quale si differenzia per il corpo più snello, una colorazione più chiara del mantello e una forma delle corna più allungata e uncinata. È un animale che a lungo è stato sotto la minaccia dell’estinzione, e i pochi esemplari sopravvissuti proprio qui, nel Parco d’Abruzzo, hanno permesso di ripopolare con successo i parchi del Gran Sasso e della Majella, da dove invece era completamente sparito. Un altro tentativo di reintroduzione, reso molto difficile dai profondi tagli economici che i fondi per i Parchi stanno subendo, si sta facendo nel Parco dei Monti Sibillini.
Il sentiero che percorre la Val di Rose parte dal paese di Civitella Alfedena, posto su una altura al di sopra del Lago di Barrea. È una delle valli più belle e frequentate del Parco, il cui fragile ecosistema viene tutelato nei periodi di maggior presenza turistica di luglio e agosto permettendo l’accesso solo a un numero massimo di 25 persone al giorno, accompagnate da una guida autorizzata. L’itinerario classico è l’anello che che percorre la valle, supera il Passo Cavuto, raggiunge il rifugio dei guardiaparco a Forca Resuni e ridiscende verso l’abitato attraverso la Valle Jannanghera. Un percorso che senza soste prevede circa 6 ore di cammino, privo di particolari difficoltà se non un minimo allenamento, e che tocca la quota massima di 1950 metri. Il primo tratto del percorso si snoda attraverso i tanti arbusti di rosa canina che sono la caratteristica della valle e dai quali prende il nome, per poi addentrarsi in una fitta faggeta.

La presenza della rosa canina è talmente numerosa che dà il nome alla valle
Dopo circa un’ora e mezza di camino si supera la quota del bosco e si procede allo scoperto e su un tratto più ripido verso il Passo Cavuto. È da questo punto in poi che iniziano gli incontri con i camosci. Abbastanza confidenti, se si evitano rumori improvvisi o gesti bruschi si accontentano di una distanza di sicurezza di una ventina di metri, per cui osservarli e fotografarli è davvero facile. Tanti i ritratti realizzati, di alcuni dei quali sono particolarmente soddisfatto. Questa è solo una piccola selezione:





Un itinerario interessante in tutto il suo svolgersi, dai boschi del fondovalle ricchi di biodiversità e popolati di cervi (meno tolleranti e difficilmente avvicinabili dei camosci), al percorso in quota aperto e roccioso, che consente una vista su gran parte dl territorio del Parco.

Vista da Passo Cavuto verso Forca Resuni e a sinistra il Monte Petroso